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Fotografia

Mani in opera: gli atelier italiani sono gli ultimi set perfetti

Mauro Bolognesi
Mani in opera: gli atelier italiani sono gli ultimi set perfetti

Photo: Wilfredor, CC0, via Wikimedia Commons

La prima cosa che colpisce, entrando in una bottega artigiana, non è l'odore — di legno, di colla calda, di vernice alcolica — ma la luce. Quasi sempre è una luce che arriva da un lato solo: una vetrata sporca, un lucernario opacizzato, una finestra affacciata su un cortile interno. E da quel lato solo, per ore e ore, scivola una luce laterale morbida che in studio si spenderebbe una fortuna per ricreare.

La bottega è già illuminata

Ho passato gli ultimi mesi a fotografare laboratori tra Firenze, Cremona e la periferia di Torino. Ciò che emerge, ogni volta, è che l'officina è un set già montato da decenni. Tavoli consumati con le segnature giuste. Pareti con la patina degli anni '70, quegli infissi in alluminio e quelle tapparelle che danno un colore di fondo caldo, quasi cinematografico, senza alcun intervento in postproduzione.

Il maestro bottai che piega le doghe di quercia, il tappezzieri che tira il velluto sul bordo di una poltrona, il liutaio che controlla la curvatura del piano armonico alla luce della finestra: nessuno di loro recita, eppure tutti lavorano davanti all'obiettivo con la concentrazione di un attore in una scena lunga. È quella concentrazione, non la posa, a rendere il ritratto vero.

Non chiedere di ripetere il gesto

La regola che ho imparato con il tempo è semplice: mai far ripetere un gesto. L'artigiano ripete il gesto per la fotografia e diventa un attore cattivo. Meglio arrivare presto, mettersi in un angolo, e aspettare che il lavoro riprenda il suo corso. Il momento buono arriva sempre: la mano che si ferma per controllare qualcosa, lo sguardo che si alza dal pezzo, il secondo di silenzio prima di una decisione.

Con una 35mm e un obiettivo luminoso si lavora benissimo in queste condizioni. La luce laterale modella le mani come poche altre fonti, e le mani — nelle botteghe — sono il soggetto vero. Rughe, cicatrici, colature di vernice: sono i documenti di una carriera, molto più eloquenti di qualunque biografia.

Perché ci torniamo adesso

C'è un motivo per cui fotografi, registi e brand contemporanei stanno tornando negli atelier: la ricerca dell'autenticità è diventata una moda, ma la luce di questi posti è reale, non costruita. Un laboratorio di tappezzeria a Milano offre un'atmosfera che nessuna location scout troverebbe a noleggio: ci si arriva per cosa è, non per come appare.

E poi c'è il tempo. Il tempo dell'artigiano è lo stesso tempo della fotografia analogica: lento, misurato, irripetibile. Fotografare un maestro al lavoro è anche un modo per documentare qualcosa che sta cambiando, perché molte di queste botteghe non passeranno ai figli. Le fotografie, a quel punto, non saranno solo ritratti: saranno testimoni.

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