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Cinquant'anni sotto chiave: il fotografo che ha scelto di non farsi vedere

Mauro Bolognesi
Cinquant'anni sotto chiave: il fotografo che ha scelto di non farsi vedere

Photo: waferboard, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

La scala è stretta e il corrimano è liscio dall'usura. Scendi chinato, con quella sensazione di entrare in un posto dove non eri invitato, e alla fine del dislivello si apre una porta bassa, verniciata di rosso scuro, che tutti in casa chiamano semplicemente «la stanza». Dentro, l'odore di carta vecchia e di nardo, quella pianta che le nonne mettevano sui davanzali. E poi i scaffali. Migliaia di negativi, buste di carta velina, scatole di ferrania, album con pagine gialle che si sfaldano se respiri troppo forte.

Sono le immagini di Aldo M., ottantun anni, fotografo a Brescia e provincia dal 1966 al 2010 circa. Non una sola volta esposto. Non una mostra, non un libro, non una pagina social. Quarant'anni di lavoro, zero spettatori.

Il negozio di fotografia come cronaca sociale

Aldo non era un artista, dice subito, quasi per scusarsi. Era un artigiano. Ha fatto ritratti per documenti, matrimoni nella chiesa di San Zeno, prime comunioni, il calcio di promozione del Borgosatollo nel 1978, l'inaugurazione del mercato coperto, l'ultima fiera delle merci prima che arrivasse il centro commerciale. Ha fotografato quello che gli passava davanti, perché qualcuno glielo chiedeva.

E proprio per questo il suo archivio è una meraviglia: è la cronaca di una comunità vista dal basso, senza intenti, senza posa. Le persone che compaiono nei suoi negativi non sapevano di stare diventando storia. Stavano semplicemente vivendo un sabato pomeriggio.

Perché non ha mai mostrato niente

Gli chiedo perché. Perché tenere tutto, catalogato per anno e per evento, con una grafia da ragioniere, se non lo guardava mai nessuno? Aldo alza le spalle e dice una cosa che ci rimane impressa: «Le fotografie non le faccio per me. Le faccio per loro, per quando gli interessano».

Cioè: la fotografia come deposito, non come vetrina. Come atto di fiducia verso un futuro che non conosci. Nessuna urgenza di visibilità, nessuna fame di consenso. Solo il dovere di conservare, che in un'epoca in cui pubblichiamo tutto in tempo reale sembra quasi un atto radicale.

La contro-narrativa della memoria privata

Viviamo nella galleria permanente delle apparenze: ogni immagine nasce già pensata per lo sguardo altrui, misurata sull'algoritmo, ritagliata sulla cornice del telefono. L'archivio di Aldo funziona esattamente al contrario. Nessuna immagine è stata pensata per essere vista da estranei, e questo le rende libere in un modo che quasi non ricordiamo più.

C'è una donna che ride in un corteo del 1974 con una sigaretta spenta tra le dita. C'è un barbiere nel suo negozio, anni Ottanta, che guarda in camera con la faccia di chi non ha tempo. C'è la neve su una rotonda di periferia, del tutto irrilevante, del tutto indelebile. Nessuna di queste foto «funzionerebbe» oggi su Instagram. E forse è proprio questo il loro valore.

Che senso ha fotografare se nessuno guarda?

La domanda ce la portiamo addosso uscendo da quella stanza rossa. E la risposta di Aldo, in fondo, ce la siamo già portati dietro da un po': si fotografa perché qualcosa merita di non svanire, non perché qualcuno stia guardando. La memoria privata, quella degli archivi sotto le scale, quella dei cassetti delle nonne, è l'ultima rete di sicurezza contro l'oblio generalizzato.

Quando saliamo, Aldo spegne la luce e chiude a chiave. «Prima o poi qualcuno la guarderà, questa roba», dice. «Speriamo capiscano che eravamo vivi». Ecco. Forse è questa, in fondo, l'unica ragione per cui si fotografa.

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