L'inquadratura che ho buttato via: confessioni di un archivista malato
Photo: AGFA AG (progettista/ costruttore), Gauthier (progettista/ costruttore), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Vi faccio una confessione, visto che tra un fotografo e chi legge dovrebbe regnare almeno la sincerità: ho quarantaduemila file non selezionati sul disco principale. Non è un numero a caso, l'ho contato questa mattina mentre dovevo lavorare e invece ho aperto la cartella «DA_ORDINARE_2019» — sì, 2019 — e sono rimasto lì, immobile, come davanti a una diga che incombe.
Il collettore, non il fotografo
C'è una malattia che colpisce chi è cresciuto con la pellicola e si è ritrovato, quasi senza accorgersene, nell'era delle card da 128 gigabyte. Si chiama accumulo. Quando scattavo rulli da 36, ogni esposizione costava, e la selezione avveniva prima ancora di premere il pulsante: nella testa, nei piedi, nell'attesa. Oggi la selezione avviene dopo, o meglio: dovrebbe avvenire dopo, ma io dopo vado a casa e copio tutto sul disco esterno, per sicurezza. Per sicurezza di cosa, esattamente? Non lo so. Forse della versione di me che un giorno, dicono, avrà tempo.
Il risultato è che mi sono trasformato in un collettore. Ho scatti di un matrimonio in Puglia del 2016 mai rivisti, trecento inquadrature del battello che parte da Ponza, una serie intera sui vicoli di Genova fatta sotto il diluvio che — lo ricordo adesso, guardandola — non è per niente male. Eppure quei file non esistono, nel senso vero del termine. Esistono come byte, non come lavoro.
La paura di cancellare è la paura di sbagliare
Mi sono chiesto spesso perché non cancello. La risposta onesta è imbarazzante: ho paura di buttare via la foto buona senza saperlo. Che quella inquadratura storta, sottoesposta, presa di fretta al mercato di Ballarò contenesse qualcosa che non ho visto nel mirino ma che, rileggendola tra dieci anni, si rivelerà il mio ritratto migliore. È una scusa elegante, lo ammetto. In realtà è solo perfezionismo rovesciato: chi non seleziona non sbaglia mai, perché non decide mai.
E poi c'è l'altro mostro, quello più sottile: la sensazione che cancellare sia un tradimento del lavoro fatto. Ogni scatto è stato pagato — con benzina, tempo, un'ora di sveglia all'alba sul Lungotevere. Cancellarlo sembra negare quel prezzo. Ma è una logica da magazziniere, non da fotografo. Il pane avanzato lo si butta, e nessuno pensa di aver sprecato il grano.
L'esercizio: un progetto, non una cartella
L'inverno scorso ho fatto un esperimento. Ho preso la cartella di un servizio di paesaggio urbano fatto a Torino e mi sono imposto una regola brutale: dieci immagini. Non dieci buone, dieci totali. Un progetto, con un ordine, un primo scatto e un ultimo. Dal momento in cui scelgo il decimo, tutto il resto va nel cestino. Cestino vero, quello vuoto.
Vi giuro che ci ho messo tre ore e ho sudato. Ma quando ho guardato le dieci immagini in sequenza, per la prima volta dopo anni, ho visto una storia invece di un deposito. Il progetto era lì, sepolto sotto novantamila alternative che non servivano a niente se non a farmi sentire produttivo.
Da allora la regola è diventata metodo: ogni servizio ha un numero di destinatari finali, e il resto sparisce. Il disco si svuota, la testa si alleggerisce, e — cosa che non mi aspettavo — lo sguardo si affina. Quando so che di una scena porterò a casa tre inquadrature, guardo meglio prima di scattare. La cancellazione non è l'ultimo gesto del lavoro: è diventato il primo, anticipato nel pensiero.
L'archivio che merita di restare
Non sto predicando il digital minimalismo da manuale, nemmeno io sono coerente al punto da buttare tutto. Ci tengo a certi errori, a certi scatti sbagliati che raccontano come lavoravo. Ma ho imparato la differenza tra archivio e discarica: l'archivio è quello che sceglieresti di salvare da un incendio, il resto è solo peso. E un disco esterno che non si apre da cinque anni non è memoria, è un obbligo che ci portiamo dietro con la stessa leggerezza di un albo prescrizioni mai pulito.
Così questa settimana ho cancellato undicimila file. Le foto di Ponza sono rimaste: trentadue immagini, adesso, invece di trecento. E sai una cosa? I battelli non sono mai stati così belli.