Fermarsi è già fotografare: l'attesa come tecnica di lavoro
Photo: Calum McRoberts, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
La prima cosa che insegna la pellicola non è tecnica: è aritmetica. Trentasei pose. Chi ha cominciato a scattare con un rullo carico sa che ogni pressione del pulsante era una decisione, non un riflesso. E una volta finito il rullo, non restava che aspettare lo sviluppo. Due giorni, a volte una settimana. Nell'attesa si imparava a guardare le proprie immagini prima ancora di vederle, a correggersi a memoria, a rallentare.
Oggi quel ritmo è scomparso, e con lui una parte del mestiere. Ma c'è un tipo di attesa che nessuna tecnologia ha potuto eliminare: quella che serve alla scena per comporsi da sola.
Il luogo non basta, bisogna dargli tempo
Chi fa reportage lo sa bene: arrivati sul posto, le prime mezz'ore servono quasi esclusivamente a farsi dimenticare. Il mercato di Ripe, la banchetta del pescatore a Chioggia, il barbiere di paese che rade ancora a mano: tutte queste scene esistono già, ma non si mostrano a chi ha appena parcheggiato. Il fotografo che resta fermo in un angolo, macchina abbassata, finisce per diventare parte dell'arredo. Ed è solo allora che la scena, liberata dal peso dello sguardo estraneo, riprende a muoversi naturalmente.
Cartier-Bresson parlava di istante decisivo, ma l'istante decisivo non si prende d'assalto: si aspetta. È la conseguenza di un'attesa molto più lunga di quella che il pubblico immagina. Dietro una singola immagine perfetta ci sono spesso tre ore di nulla, di quasi-nulla, di riavvicinamenti.
La lezione dei maestri italiani
Il nostro paese ha dato al reportage figure che hanno fatto della pazienza un metodo. Gianni Berengo Gardin ha percorso l'Italia per decenni con uno sguardo che sembra sempre quello di chi è arrivato da un po' e ha già smesso di disturbare. Le sue fotografie dei luoghi dell'accoglienza, degli ospedali psichiatrici, dei paesi abbandonati non sono immagini rubate: sono immagini conquistate con la permanenza.
Ferdinando Scianna, invece, ha sempre parlato del fotografo come di qualcuno che deve avere la pazienza del pescatore: si sceglie il punto, si getta l'amo, e poi si aspetta che il mondo passi. Non è passività. È una forma di attenzione estremamente attiva, in cui l'occhio lavora anche quando le mani sono ferme.
Ritratto: un caso a parte
Nel ritratto l'attesa ha una natura diversa. Qui non si aspetta la scena, si aspetta la persona. Il primo scatto è quasi sempre un maschera: il soggetto conosce la propria posa da fotografia, quella impara a scuola o dai passaporti. Il ritratto vero arriva dopo, quando la conversazione rallenta, quando il soggetto dimentica l'obiettivo. Alcuni ritrattisti italiani, tra cui molti colleghi che conosco, sparano volutamente i primi dieci scatti a vuoto, come un rito di purificazione. La foto vera è la sedicesima.
La fretta digitale, e come conviverci
Il digitale non ha reso la fotografia peggiore: l'ha resa più impaziente. Lo scatto continuo, la revisione immediata sullo schermo, la tentazione di pubblicare entro sera. Tutte comodità che tagliano fuori proprio quella fase ambigua, fatta di dubbio e di permanenza, in cui nascono le immagini migliori.
Il mio consiglio, a me e a chi legge: limitarsi. Un obiettivo solo, un numero di scatti prefissato, oppure — perché no — un rullo di pellicola ogni tanto, solo per ricordare al pollice che esiste il conteggio. La limitazione non è una punizione: è ciò che trasforma il fare foto in un gesto consapevole.
Perché alla fine i momenti migliori non si cercano. Si prepara il terreno, ci si siede, e si resta. Il resto lo fa la scena, che di solito ha più fantasia di noi.