Il ritratto comincia molto prima dello scatto
Photo: 玄史生, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, in ogni sessione di ritratto, che non compare in nessun libro di tecnica. Arriva di solito dopo i primi dieci minuti, quando il soggetto smette di chiedersi come sta messo il pomeriggio e inizia semplicemente a essere lì. Non è un effetto della luce, né della lente. È un effetto di fiducia. E la fiducia, a differenza del diaframma, non si regola con una ghiera.
Ne ho parlato a lungo con ritrattisti italiani — quelli che passano ore con una persona prima di esporre una decina di fotogrammi — e tutti, chi più chi meno, finiscono per dire la stessa cosa: il ritratto riuscito non lo fa la macchina. Lo fa la relazione che si è costruita prima.
La prima mezz'ora non serve a fotografare
Quasi tutti raccontano la stessa routine: si arriva, si prepara con calma esagerata, si sbaglia apposta a sistemare un cavalletto. Si offre un caffè. Si parla di tutto tranne che delle foto. È tempo perso? Anzi. È il tempo in cui il fotografo studia i gesti, i silenzi, il modo in cui la persona si siede quando crede di non essere osservata. E soprattutto è il tempo in cui la persona smette di prepararsi una posa.
Un ritrattista romano mi raccontava di aver scattato la copertina di un servizio editoriale con la macchina ancora in borsa, per così dire: la foto vera era stata quella di prova, fatta mentre il soggetto rideva di una battuta sul traffico di via Tuscolana. Quando ha provato a replicarla «per bene», la foto era morta. La naturalezza, si sa, non si replica. Si intercetta.
Le piccole negoziazioni
Poi c'è la fase che definirei diplomatica. Ogni persona arriva al set con una lista mentale di cose che non vuole vedere: il doppio mento, le rughe, il naso «di profilo sempre orribile». Il fotografo esperto non ignora queste paure — le aggira, le nomina, a volte le anticipa. «Ti dico una cosa: qui la luce viene da sinistra, quindi il lato che ti preoccupa non lo vediamo nemmeno.» Forse è vero, forse no. Funziona lo stesso.
Sono micro-contratti invisibili. Il soggetto concede qualcosa — uno sguardo lungo, una postura meno difensiva — in cambio della sensazione di non essere giudicato. E qui sta il paradosso del ritratto: per mostrare una persona bisogna prima convincerla che potrà anche non mostrarsi.
Il silenzio come strumento
C'è poi chi lavora col silenzio. Non il silenzio imbarazzato di chi non sa cosa dire, ma quello coltivato: il fotografo che smette di parlare, abbassa il ritmo, e lascia che la stanza faccia il resto. In un atelier milanese ho visto un ritrattista passare quattro, cinque minuti senza pronunciare una parola, solo sistemando lentamente un riflettore. Il soggetto, da visibilmente a disagio, era passato a qualcosa di molto più simile alla quiete. Lo scatto arrivò lì, in quel buco di silenzio. Nessuna battuta, nessun «sorridi». Solo respiro.
È una tecnica che va contro l'istinto: la tentazione di riempire, di rassicurare a parole, è fortissima. Ma le parole tengono la persona nella testa, e il ritratto sta altrove — nel corpo, nello sguardo, in quella specie di resa che avviene quando si smette di esibirsi.
Quando la tecnica non basta più
Scrivo questo senza alcuna volontà polemica: la tecnica conta, e parecchio. Una luce sbagliata rovina anche il miglior dei rapporti. Ma l'ordine dei fattori è chiaro, e chi fa questo mestiere da vent'anni lo sa: la macchina fotografica si impara in un anno, la persona davanti no. Per questo due fotografi con la stessa attrezzatura, nella stessa stanza, la stessa ora, producono ritratti completamente diversi. Non stanno scattando la stessa foto perché non stanno avendo la stessa conversazione.
E forse è questo, alla fine, il segreto meglio custodito del ritratto italiano: non esiste il soggetto perfetto, esiste l'incontro riuscito. Le foto che ricordiamo — quelle che ci fermiamo a guardare — non ci mostrano quanto era bravo il fotografo. Ci mostrano quanto la persona si era fidata.
La prossima volta che vi trovate davanti a un ritratto che vi sembra vivo, provate a pensare al momento che l'ha preceduto: il caffè, la battuta sul traffico, i minuti di silenzio. Lo scatto è solo la ricevuta di tutto il resto.