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Fotografia

Scegliere di togliere: il bianco e nero come atto di coraggio

Mauro Bolognesi
Scegliere di togliere: il bianco e nero come atto di coraggio

Photo: Eman arab, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un momento, in ogni percorso di fotografo, in cui la domanda non è più «come scatto» ma «come voglio essere visto». E spesso quella domanda passa da una scelta apparentemente tecnica: colore o monocromo.

Il grigio come lingua madre

Ripensate ai grandi nomi della fotografia italiana del Novecento: quanto colore vedete? Pochissimo. Non perché la tecnologia non lo permettesse, ma perché il bianco e nero era percepito come più onesto, più essenziale. Mario Giacomelli non fotografava paesaggi: fotografava segni, trame, tensioni. Il colore avrebbe aggiunto informazioni — e a lui non interessavano le informazioni.

Il monocromo toglie. E togliere, in fotografia, è quasi sempre un atto di coraggio. Rinunci al blu del mare di Polignano, al rosso dei tetti di Bologna, al verde del Chianti. Cosa resta? Resta la struttura. La luce. Il gesto.

Quando il colore diventa la firma

Ma la storia si è complicata, e per fortuna. Negli anni Settanta, quando il colore era ancora considerato «da amatori», autori come Luigi Ghirri hanno dimostrato il contrario: il colore poteva essere concettuale, ironico, profondamente italiano. Le sue fotografie dell'Emilia — chioschi, insegne, muri affacciati — funzionano proprio perché il colore è il soggetto, non la decorazione.

Più vicino a noi, pensiamo a chi lavora sul paesaggio contemporaneo italiano: il colore lì non è mai casuale. È la piastrella di un bar, il cartello di una fiera di paese, la luce al neon di una stazione di periferia. Togliere quel colore significherebbe togliere l'Italia stessa dall'immagine.

Il confronto che consiglio di fare

Esercizio pratico, da fare quest'estate: scegliete un soggetto — la vostra piazza, un mercato, un tramonto sul lungofiume — e scattatelo due volte. Una in monocromo, una a colori. Non guardate i file per una settimana. Poi affiancateli e chiedetevi: quale delle due immagini racconta quello che ho sentito?

Nel mio caso la risposta cambia ogni volta. Il monocromo tende a vincere quando il soggetto è un volto, una mano, un'architettura. Il colore vince quando la storia è nello sfondo, nell'aria, nell'atmosfera di un posto.

Non esiste la scelta giusta

La verità, se mai ce ne fosse una, è questa: né il bianco e nero né il colore sono più «artistici». Sono semplicemente due grammatiche diverse. Il monocromo parla di essenza e memoria; il colore parla di presenza e contemporaneità.

Il consiglio che mi sento di dare a chi sta costruendo il proprio sguardo è di non scegliere per paura. Non scegliete il monocromo perché «fa serio», e non scegliete il colore perché «oggi si vende così». Scegliete quello che vi fa stare male quando lo guardate — nel senso buono, intendo. Quella tensione, quella è la vostra firma. Il resto è solo impostazione della fotocamera.

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