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Il colore ancora bagnato: nell'atelier dove il cinema italiano si dipinge a mano

Mauro Bolognesi
Il colore ancora bagnato: nell'atelier dove il cinema italiano si dipinge a mano

Photo: Yufifalato722, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un odore che non trovi in nessuno studio di grafica: la gouache fresca, un po' polverosa, un po' acida, mescolata al caffè del mattino. È la prima cosa che accoglie chi varca la soglia di questo atelier a due passi da Piazza Bologna, dove le pareti sono una storia del cinema italiano in miniatura: locandine di prova, bozzetti mai approvati, un ritaglio di giornale del 1974 ingiallito appeso sopra la porta.

L'illustratore che lavora qui — me lo chiede di non fare il nome, «tanto i colleghi siamo rimasti in quattro» — ha dipinto manifesti per commedie, drammi, qualche film che ha fatto la storia e tanti che l'hanno dimenticata. Ne ha viste di mode passare. L'ultima è la più brutale: il digitale.

Non è nostalgia, è un altro mestiere

La conversazione parte da un equivoco che lui vuole subito sgominare. «Non sono un dinosauro che si aggrappa al pennello. Il problema non è il computer, è che molte persone confondono fare grafica con fare un'immagine». La differenza, spiega, sta nel tempo. Un manifesto digitale si può rifare all'infinito, modificare, rigenerare in venti versioni diverse prima di pranzo. Una locandina dipinta no: «Ogni tratto è una decisione. Quando sbaglio, la gouache non ha la cronologia degli undo. Devo decidere, e basta».

È proprio questa irrevocabilità, paradossalmente, ciò che alcuni registi cercano. Negli ultimi anni gli sono arrivati commissioni da registi giovani, trentenni cresciuti con Photoshop, che arrivano in atelier con un'idea precisa: «Vogliono che il film sembri arrivato da un'altra epoca, o meglio, che sembri importante come sembravano importanti i film di una volta».

Come nasce un manifesto dipinto

Il processo comincia sempre con la visione del film — o, sempre più spesso, di un montaggio grezzo, quando le scadenze della distribuzione non aspettano. Poi i bozzetti: piccoli, format calling-card, una decina di varianti. Qui il lavoro è quasi chirurgico: capire quale singola immagine riesce a raccontare due ore di pellicola.

«La locandina è un problema di sintesi brutale. Nel film hai il tempo, nel manifesto hai tre secondi di attenzione di un uomo che aspetta il tramonto davanti al cinema». I bozzetti approvati diventano tavole definitive, spesso a grandezza naturale, dipinte in sezioni perché la carta grande non perdona. Le prime prove di stampa su macchina offset — quando i soldi lo permettono — sono momenti di verità terribili: «Il colore che avevi in testa non c'è più. Hai dodici ore per correggere prima che la tiratura parta».

Il mercato dell'imperfezione

Chiedo se si sente un artigiano di un mondo perduto. La risposta arriva senza retorica: «Il mondo perduto non è mai esistito. Anche ai tempi d'oro i manifesti si facevano in fretta, con poco, sotto pressione. L'unica differenza è che allora tutti lavoravano così, adesso siamo una rarità e la rarità si paga — a volte».

A volte, appunto. Le commissioni non bastano da sole: insegna illustrazione in un'accademia, fa ritratti su commissione, ha un piccolo archivio di stampe d'epoca che vende ai collezionisti. Ma il segnale più interessante è quello dei giovani. Ogni anno qualcuno dei suoi allievi sceglie la strada del pennello, consapevole che non sarà ricca: «Lo fanno perché hanno capito che in un mondo dove tutto è generabile, quello che è fatto acquista valore».

L'ultima mano

Prima di andare, mi mostra l'ultima tavola finita: una locandina per un film indipendente che uscirà a settembre. Il volto della protagonista emerge da un azzurro che sembra quello dei panneggi del mare di Fiumicino in inverno. Passa il dito, quasi senza toccarla, lungo un bordo dove la pittura è ancora leggermente in rilievo.

«Questo non lo fa nessun software», dice. E in quel gesto c'è tutto: la lentezza, il rischio, la convinzione che un film fatto con cura meriti una porta d'ingresso fatta con la stessa cura. Il cinema italiano ha sempre avuto bisogno di mani — dietro la macchina da presa, al montaggio, in sala di mixaggio. Ne restano poche anche qui, in questo atelier che sa di gouache e di caffè. Ma finché c'è un regista che al momento della locandina sente la mancanza della mano umana, il mestiere non muore. Si limita a dipingere, pazientemente, il suo tempo.

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