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Papà guida, mamma tiene il reflector: la parentela come troupe mai dichiarata

Mauro Bolognesi
Papà guida, mamma tiene il reflector: la parentela come troupe mai dichiarata

Photo: ODC-SIERRA-LEONE, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è una scena che chiunque abbia frequentato un set indipendente italiano riconosce all'istante. Si gira in una corte di periferia, a Bari o a Sesto San Giovanni poco importa, e tra un ciak e l'altro compare un signore di sessant'anni con la giacca della Sunday che parcheggia un'auto in modo maniacale. Non è un attore. È il padre del regista. Ed è, tecnicamente parlando, la troupe trasporto, il responsabile della logistica e la prima comparsa del film, tutto in una persona.

Lo zio che recita per un pomeriggio

Prendiamo il caso — verissimo, ma lasciatemi cambiare i nomi — di uno short girato l'estate scorsa in provincia di Trapani. Al regista serviva un poliziotto per tre inquadrature. Budget: zero. Soluzione: lo zio Giuseppe, che in vita sua aveva fatto il rappresentante di pneumatici e che quel giorno ha recitato con una serietà da poliziotto in fin di vita. Il regista giura che lo zio è stato meglio di attori pagati. Lo zio giura che da quel momento è in attesa di una telefonata da Roma.

Questo è il patto invisibile del cinema italiano di nicchia: la famiglia dà tempo, sudore e a volte la faccia, e in cambio riceve... in realtà in cambio non riceve niente. Forse una menzione nei titoli di coda, se il regista è generoso. Forse una cena, se il film viene venduto a una piattaforma. Di solito solo il diritto, perpetuo e inalienabile, di dire «quello lì l'ho girato io» a chiunque voglia sentirlo.

La sorella truccatrice per necessità

La gerarchia familiare su un set segue una logica precisa. Il padre fa l'autista perché sa guidare e non fa domande. La madre si ritrova a gestire i panini, cosa che fa da trent'anni e quindi con competenza ineguagliabile. La sorella — e qui la cosa si fa seria — finisce a truccare. Perché ha un beauty case, perché ha mani ferme, perché «dai, è lo stesso che fai tu al mattino».

E la sorella scopre una cosa sconvolgente: truccare per la camera è diverso. Il make-up quotidiano non sopravvive alla luce di un LED economico alle due del mattino. Così quella che era dovuta diventare una favor improvvisata si trasforma in tre notti su YouTube a guardare tutorial di trucco cinematografico, e sei mesi dopo la sorella firma il make-up di un cortometraggio che va in concorso a Noci, al Cortocircuito Salentino. Le carriere più solide del cinema italiano sono nate così, e nessuno lo scrive nei libri di storia del cinema.

Quello che nessuno dichiara in busta paga

C'è anche la parte meno romantica, va detto. Il familiare non pagato non ha diritto a niente: né buste, né assicurazione, né pausa pranzo regolamentare. Quando alle sette di sera la madre del produttore porta la pasta al forno sul set, tecnicamente sta violando ogni normativa sulla sicurezza sul lavoro semplicemente esistendo lì. Eppure senza quella pasta al forno il set si sarebbe sciolto tre ore prima, perché la fame è il nemico numero uno di qualsiasi ripresa in Italy.

Dicono i registi — e lo dicono sul serio — che la presenza dei familiari cambia anche il tono del set. Le comparse professioniste si rilassano quando in cortile c'è una signora che offre il caffè e chiama tutti «guagliò». Le riprese filano. Persino il suono riesce a essere più pulito, perché chi dovrebbe distrarsi sta lì a mangiare una briciola di sfogliatella.

Fotogrammi rubati

E la fotografia in tutto questo? Il fotografo di scena, in questi progetti, spesso è un altro familiare: il cugino con la reflex comprata per il matrimonio di qualcuno. E qui nascono le immagini più vere di tutto il progetto. Perché il cugino non conosce le regole, non sa che non si scatta durante il ciak, non sa che la luce di lato è più elegante. Scatta tutto, e in mezzo a quelle centinaia di foto sbagliate ce n'è una, una sola, che i ricercati di archivio pagherebbero: la regista che ride, lo zio Giuseppe in divisa che aspetta il suo momento, la madre che ricompone i panini.

Quando anni dopo quel film viene riscoperto — magari a una retrospettiva, magari in un festival in Francia dove amano il nostro cinema povero ma dignitoso — saranno quelle foto a raccontare la verità. Non le locandine, non le foto ufficiali. Le foto del cugino.

La fine dei titoli di coda

Alla fine, quando il film è finito e proiettato, accade la scena più bella. I titoli di coda scorrono e nella sala, tra amici e sconosciuti, qualcuno legga ad alta voce il proprio nome: «Grazie a papà Franco, per l'auto e la pazienza». E papà Franco, in fondo alla sala, fa finta di niente ma è felice come non è mai stato a una premiazione ufficiale.

Il cinema italiano indipendente si regge così: con la famiglia che non è mai stata nel contratto ma che è sempre, sempre, nel progetto. E forse è meglio così. Perché le troupe pagate vanno via al rientro, mentre la famiglia resta — e resta disponibile anche per il film dopo.

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