Mauro Bolognesi All articles
Cinema

Il cielo dipinto a mano: negli ultimi atelier dove lo sfondo era una parete vera

Mauro Bolognesi
Il cielo dipinto a mano: negli ultimi atelier dove lo sfondo era una parete vera

Photo: DesiBoy101, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La prima cosa che si nota nell'atelier non è la luce, è l'odore. Vernice al lattice, carta assorbente, polvere di gesso. Un odore che nei teatri di posa di Cinecittà anni '70 era l'odore stesso del cinema, e che oggi sopravvive in poche decine di metri quadrati ai margini delle grandi produzioni.

Il mestiere di dipingere l'orizzonte

Si chiamano fondisti, o più semplicemente 'quelli dei fondali'. Il loro lavoro consisteva in una cosa apparentemente impossibile: far credere allo spettatore che dietro un attore, in un salotto ricostruito in studio, ci fosse davvero la valle del Po al tramonto, o il Golfo di Napoli visto da una terrazza di Posillipo.

'Non si dipinge un paesaggio, si dipinge la distanza', mi spiega uno dei maestri rimasti, mentre spalma un degradé di azzurro su una tela alta sei metri. 'Il cielo lontano è più chiaro, più freddo, meno definito. Chi sbaglia la prospettiva aerea rovina il film, anche se nessuno capirà mai perché.'

La tecnica si tramandava in officina: si iniziava lavando i pennelli, si finiva, dopo anni, a guidare il pennello legato a un manico di tre metri per le zone più alte. Un mestiere da muratore e da pittore insieme, con le mani sempre sporche di due colori opposti.

Il colpo che nessuno ha sentito

La svolta non è arrivata con un decreto, ma con una lente. Quando le ottiche si sono fatte più luminose e le telecamere più sensibili, girare all'esterno è diventato economico. Poi è arrivato il green screen, e infine il LED wall: lo sfondo che si aggiorna in tempo reale, che reagisce alla luce delle riprese.

Nessuno ha deciso la morte del fondale dipinto. È semplicemente successo, come succede alle cose che funzionano troppo bene: sono diventate invisibili, poi superflue.

Eppure qualcosa si è perso, e non è nostalgia da album di foto. Il fondale dipinto aveva una qualità che lo schermo non ha: era fisicamente lì, nello stesso spazio dell'attore. La luce che cadeva sul volto di Sophia Loren in un film degli anni '60 era la stessa luce che colpiva il cielo dipinto due metri dietro di lei. Un'unica atmosfera, non due immagini incollate in post-produzione.

Ciò che resta

Nei sotterranei degli studi storici resistono ancora rotoli di tela con montagne a metà, cieli a metà, orizzonti mai finiti. Alcuni collezionisti li comprano. Qualche regista li richiama: c'è una nuova generazione che riscopre il fondale dipinto come si riscopre la pellicola, non per comodità ma per scelta estetica. Perché una parete vera, anche se finta, respira.

Il maestro con cui parlo chiude l'atelier ogni sera arrotolando i pennelli con la stessa cura di cinquant'anni fa. 'Lo schermo verde non ha bisogno di nessuno', dice quasi ridendo. 'Il cielo dipinto, invece, ricordava che dietro un film c'era sempre qualcuno con le mani sporche.'

È forse questa l'eredità: non la tecnica, ma la consapevolezza che ogni sfondo, digitale o dipinto, è comunque una finzione. Solo che una volta la finzione sapeva di vernice, e chi la costruiva c'era davvero.

All Articles

Related Articles

Il lenzuolo steso come un mare: l'ingegno di fortuna che vestì il cinema italiano

Il lenzuolo steso come un mare: l'ingegno di fortuna che vestì il cinema italiano

Il colore ancora bagnato: nell'atelier dove il cinema italiano si dipinge a mano

Il colore ancora bagnato: nell'atelier dove il cinema italiano si dipinge a mano

Papà guida, mamma tiene il reflector: la parentela come troupe mai dichiarata

Papà guida, mamma tiene il reflector: la parentela come troupe mai dichiarata