Il lenzuolo steso come un mare: l'ingegno di fortuna che vestì il cinema italiano
Photo: Ikonta Bloke, Public domain, via Wikimedia Commons
C'è una fotografia che mi ha accompagnato per anni: un cortile romano, un lenzuolo steso su due pali, e dietro — guardate bene — un cavalluccio di legno con appoggiato un clarinetto. Non è un'immagine di vita quotidiana. È il fondale di un film. O meglio: ciò che, quel giorno, doveva fare da sfondo a una scena girata in fretta, con poco, con quello che c'era.
Quando il set era un cortile
Parlamone con chi c'era. Renzo, ottantasette anni, macchinista dal 1958, lo racconta ridendo: "Ci davano la scena la sera prima. Fondale? Un lenzuolo, se andavi bene. Un telo di lino dipinto, se il produttore aveva incassato". E infatti i telo dipinti erano la vera lussuria di quelle produzioni: lino grezzo, tempura al guazzo, un pittore di scena che in due ore ti trasformava il bucato in un tramonto sul Tevere.
Il trucco stava tutto nella distanza. Il telo andava steso lontano, in controluce, magari bagnato leggermente per intensificare il colore. La macchina da presa, quasi sempre una chamber con ottima profondità di campo, non notava la trama del tessuto. Lo spettatore nemmeno.
La stanza vuota come studio
L'altra grande invenzione di fortuna fu la stanza vuota. Niente cyclorama, niente luci da teatro: una parete bianca a calce, una finestra a sud, e un regista che sapeva dove mettere le persone. Il neorealismo non è nato solo da un'etica: è nato anche da una povertà tecnica trasformata in stile. Girare in una casa vera costava meno che costruire un set, e per fortuna dell'estetica italiana il risparmio ha vinto.
Guardo le fotografie d'archivio di quelle troupe e ci vedo la stessa cosa che vedo nei miei scatti preferiti: gente che risolve. Un pannello di compensato diventa un dolly, una carriola diventa un carrello di ripresa, la nonna del proprietario del cortile tiene il pannello riflettente — spesso un semplice foglio di alluminio attaccato al compensato.
L'estetica dell'improvvisazione
C'è chi vede in questi artifici solo un limite tecnico. Io vedo una firma. Quel fondo leggermente mosso, quella tessitura del lino che filtra la luce in modo caldo e irregolare, quella ombra che non è mai perfettamente netta: è un'imperfezione che abbiamo imparato a riconoscere come "italiana". Il cinema giapponese aveva i suoi studi millimetrici, Hollywood aveva i suoi fondali in scala. Noi avevamo il cortile, e il cortile respirava.
Anche oggi, quando fotografo un set o preparo un servizio, torno a quelle soluzioni. Un telo di lino steso in giardino, con la luce giusta, vale più di qualsiasi fondale digitale. Perché ha una faglia, un'irregolarità, una storia. Come le storie che raccontava, con quel telo dietro, un cinema che non poteva permettersi il lusso — e ha fatto del non poterlo permettere la sua lingua più autentica.
La prossima volta che stendete il bucato, guardatelo bene. Chissà che non sia un fondale in attesa di un film.