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Cinema

Le storie che l'Itala non può permettersi di smettere di raccontare

Elena Corsi
Le storie che l'Itala non può permettersi di smettere di raccontare

Photo: Lambert (Sgt), No 2 Army Film & Photographic Unit, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è una contraddizione nel nostro cinema che mi diverte e mi preoccupa allo stesso tempo. Da un lato sentiamo continuamente che serve internazionalizzazione, coproduzioni con la Francia, attori inglesi nel cast per aprire mercati. Dall'altro, i film italiani che davvero attraversano i confini — quelli che il pubblico di Berlino o di New York va a vedere — sono quasi sempre i più radicati, i più ostinatamente locali.

L'export si chiama specificità

Prendiamo Sorrentino. La Parthenope, i ricordi di Napoli, il linguaggio che mescola il dialetto con l'inglese dei sogni: nessun produttore americano gli avrebbe mai chiesto di fare un film così. Eppure è esattamente quella irriducibile napolicitù — insieme a un'estetica che non somiglia a niente altro — a renderlo un autore che il mondo si può permettere di conoscere. Lo stesso vale per Alice Rohrwacher con la sua Umbria contadina e magica, o per Matteo Garrone che ha costruito una carriera internazionale partendo dalle periferie di Roma.

Il ragionamento è semplice: quando un film italiano cerca di sembrare americano, perde. Quando si arrende al proprio territorio, vince. Non è un caso che le opere prime indipendenti che negli ultimi anni hanno fatto parlare di noi ai festival fossero quasi tutte storie di provincia, di borghi spopolati, di quartieri che non compaiono nelle brochure turistiche.

Il territorio come personaggio, non come scenografia

C'è però una distinzione importante da fare. Parlare di territorio non significa fare turismo cinematografico, né usare la Puglia o la Sicilia come fondale pittoresco per storie che potrebbero raccontarsi ovunque. Il territorio funziona quando è un personaggio: quando la lingua dei personaggi è quella del posto, quando le case, il cibo, i silenzi appartengono a quel mondo specifico.

Pensiamo a ciò che è successo con film come Nuovo Cinema Paradiso — un paese siciliano inventato, ma costruito con una precisione antropologica che nessuno ha mai confuso con un set. O più di recente con opere prime che hanno scelto il Molise, la Calabria interna, le valli del Piemonte come luoghi non decorativi ma strutturali. Quando il luogo determina il ritmo del film, il modo di parlare, perfino il modo di camminare dei personaggi, allora quella storia non potrebbe esistere altrove. Ed è proprio lì che nasce il valore.

La tentazione del modello globale

Il rischio, oggi, è concreto. Le piattaforme internazionali girano in Italia, portano budget e visibilità, ma portano anche una grammatica omologata: storie che potrebbero essere girate a Lisbona o a Cracovia, dialoghi calibrati per il doppiaggio, un'idea di Italia che è già un cliché prima ancora di essere girata. Non sono contro le coproduzioni — sono spesso l'unico modo per finanziare certi progetti — ma credo che il cinema italiano debba trattenerci la propria mano.

La alternativa non è il provincialismo, è l'opposto. È avere la sicurezza di raccontare il proprio cortile sapendo che il cortile, raccontato bene, interessa tutti. I giapponesi lo hanno capito da decenni con Kore-eda e Ozu prima di lui. Gli iraniani con Kiarostami. Noi, che abbiamo inventato il neorealismo girando nelle strade appena liberate, ogni tanto ci dimentichiamo la lezione di casa nostra.

Dove guardare, da qui in avanti

Mi auguro tre cose. Primo, che il finanziamento pubblico — quello che c'è — privilegi chi lavora sul territorio invece di premiare solo i nomi già affermati. Secondo, che le sale di provincia vengano difese come infrastruttura culturale, perché un cinema senza luoghi dove proiettarsi è un albero che cade nella foresta. Terzo, che i giovani registi smettano di scrivere la loro prima sceneggiatura pensando a Los Angeles e la scrivano pensando alla loro strada, al loro mercato, al loro nonno.

L'Italia ha una risorsa che nessun altro paese ha: una densità di storie, volti, dialetti e paesaggi che in ottanta chilometri cambia tutto. È il nostro vantaggio competitivo, se vogliamo usare il linguaggio degli economisti. Sarebbe un peccato sprecarlo cercando di sembrare qualcun altro.

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