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Cinema

Il ritocco non è più quello di una volta: dove finisce la fotografia e inizia l'altra cosa

Mauro Bolognesi

Sono cresciuto con l'idea che il ritocco fosse un mestiere d'oro. Parliamo degli anni in cui la pellicola finiva nel bagno, e il «post» consisteva nel choice del carta, nel bruciare le ombre con la mano sopra l'ingranditore, nel decidere quanto caldo far uscire quel tramonto. Nessuno chiamava questo «manipolazione». Lo chiamavamo stampa.

La dogana si è spostata

Per decenni la linea invisibile era chiara: puoi sistemare, non puoi inventare. Rimuovere un graffio, ok. Aggiungere una nuvola, no. Poi è arrivato Photoshop, e la linea si è spostata un po'. Poi i filtri, i preset, i neural filters. E ora l'AI generativa, che non si limita a spostare pixel: li crea dal nulla.

Il problema non è tecnico, è di contratto. Quando guardo una fotografia, o un fotogramma di un film, stipulo implicitamente un patto con chi l'ha prodotta: questo è successo, o almeno è stato costruito davanti alla macchina. Se metà dell'immagine è stata generata, il patto è rotto — e va detto, non taciuto.

Il caso che mi ha fatto riflettere

Ricordo una conversazione con un colorista che lavora nel cinema italiano: mi diceva che oggi la post-produzione di un film non finisce mai davvero, perché le piattaforme chiedono versioni diverse per ogni schermo, ogni mercato, ogni luminosità. Lo stesso film diventa dieci film. È ancora lo stesso film? La mia risposta, da fotografo, è: sì, finché l'intenzione resta quella del regista. No, quando l'algoritmo ottimizza al posto suo.

Perché è questo il vero rischio: non che l'AI faccia brutte immagini — a volte ne fa ottime — ma che faccia immagini «medie». Immagini che piacciono a tutti perché non sorprendono nessuno. Il nostro mestiere, fotografia o cinema, è esattamente il contrario: è difendere l'imperfezione che rende un'immagine umana.

Tre domande prima di premere «genera»

Se vi serve una bussola pratica, uso queste tre domande:

  1. L'immagine racconta ancora qualcosa di vero? Anche se è una messa in scena, deve essere una messa in scena autoriale, non un collage di luoghi comuni.
  2. Sarei disposto a dichiarare cosa ho fatto? Se la risposta è no, probabilmente il problema non è tecnico.
  3. L'AI sta risparmiando tempo o sta sostituendo uno sguardo? La prima cosa è legittima. La seconda ci mette tutti disoccupati, nel senso profondo del termine.

Una posizione, per ciò che riguarda

Non sono un nostalgico della pellicola: amo il digitale, amo la velocità, amo poter correggere un'esposizione alle due di notte senza accendere la camera oscura. Ma credo che la fotografia — e il cinema con essa — stia attraversando un momento in cui la trasparenza diventa parte dell'opera. Chi dichiara cosa ha costruito in post non si svaluta: si prende responsabilità.

Perché alla fine l'immagine non vale per quanto è perfetta. Vale per quanto qualcuno, davanti a quella scena, ha sentito qualcosa di vero. E quello, per ora, nessun algoritmo lo sa fare al posto nostro.

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