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Un solo fotogramma per due ore di film: l'arte sommersa dei fotografi di locandina

Mauro Bolognesi
Un solo fotogramma per due ore di film: l'arte sommersa dei fotografi di locandina

Photo: John Illingworth , CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

C'è un momento, in ogni produzione, in cui il regista ha finito le sue due ore di cinema e qualcun altro deve ridurle a un'immagine sola. Non uno still promozionale qualsiasi: l'immagine. Quella che finirà sui manifesti, sui social, sul cartellone del multisala e — ormai — dentro un rettangolo minuscolo tra mille altri rettangoli minuscoli. Il lavoro del fotografo di locandina è forse il più strano del cinema italiano: invisibile quando riesce, letale quando fallisce.

Il set si svuota, il lavoro comincia

Ne ho parlato con Sara, fotografa di scena romana che da quindici anni lavora tra i set di fiction e film indipendenti. «La gente crede che il manifesto sia un fotogramma del film. Quasi mai è così», mi racconta mentre sistemano le luci sul set di un film che uscirà tra un anno. «Il regista ha girato la sua scena, i suoi attori hanno dato tutto, e io devo costruire un'altra cosa: un'immagine che racconti il film senza raccontarlo, che incuriosisca senza svelare».

La giornata tipo è un paradosso. Si gira tutto il giorno, spesso di notte, e la foto chiave nasce nelle pause, quando il set è ancora in piedi ma l'energia è cambiata. «Preferisco le ore morte. L'attore è stanco, la posa è finita, e a quel punto esce qualcosa di vero. La locandina vive di quel mezzo secondo in cui nessuno recita più».

Due ore in tre centimetri

Il problema tecnico è semplice da enunciare e impossibile da risolvere: come si comprime una storia in un fotogramma? Le vecchie locandine italiane lo sapevano fare con l'illustrazione — pensiamo alle tavole di Sandro Symeoni o alle acidità cromatiche di Renato Casaro, che dipingevano non scene ma sensazioni. Oggi la foto ha preso il posto del pennello, ma la sfida è identica: non descrivere, evocare.

Sara ha un metodo che definisce «delle tre domande». Prima di scattare chiede al regista: chi guarda il manifesto, cosa deve sentire, cosa non deve sapere. «Se rispondi a queste tre cose, metà del lavoro è fatto. Il resto è luce».

E la luce, nei manifesti italiani degli ultimi anni, è tornata protagonista. Guardate la locandina di un film come Le otto montagne o quelle di Sorrentino: non c'è quasi mai un volto in primo piano che urla. C'è spazio, aria, distanza. Un modo di dire che il cinema italiano contemporaneo ha più fiducia nel silenzio che nel gridone.

L'era del thumbnail

Poi c'è la rivoluzione che nessuno ha chiesto ma tutti subiscono: il manifesto oggi viene visto per lo più in miniatura. Su una timeline, tra un video e un annuncio, la locandina è larga quanto un francobollo. «È la cosa che mi ha cambiato il mestiere», ammette Sara. «Vent'anni fa dovevi funzionare a tre metri di distanza, su un muro. Ora devi funzionare a trecento pixel, mentre la gente scorre con il pollice».

La conseguenza è una nuova grammatica: meno elementi, contrasti più netti, volti più grandi o assenti del tutto. Il manifesto si è ridotto quasi a un logo. E c'è chi, nel mestiere, lo rimpiange: «Il manifesto classico italiano era un racconto, con una struttura. Adesso rischiamo di fare copertine di streaming. Belle, ma anonime».

Il momento della stampa

L'ultimo atto è quasi rituale. Il file approvato — dopo settimane di versioni, di note della distribuzione, di un produttore che vuole il titolo più in alto — arriva in tipografia. E lì, davanti alla prova di stampa, i fotografi di locandina fanno la cosa più umana del mondo: tremano. Perché il rosso del sangue in scena può diventare arancio, il nero del fondo può collassare, e due ore di cinema si possono rovinare su un foglio di prova.

«Quando vedo la locandina appesa in un cinema, per strada, non provo orgoglio. Provo sollievo», dice Sara ridendo. «È come quando consegni un figlio a un autobus scolastico: speri che se la cavi da solo».

Alla fine, il paradosso di questo mestiere resta intatto: il fotografo di locandina firma con la luce di altri, usa i volti di altri, serve una storia di altri. Eppure, quando quella immagine funziona, è la cosa più vista dell'intero film. Più di ogni singola inquadratura. Più, forse, del film stesso. Un potere enorme, racchiuso in un solo scatto — e nella pazienza di aspettare il mezzo secondo in cui nessuno recita più.

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