Grana viva, luce calda: quando i registi italiani scelgono la pellicola per dire qualcosa
Photo: DRs Kulturarvsprojekt from Copenhagen, Danmark, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento preciso in cui, guardando certi film italiani degli ultimi anni, ti accorgi che qualcosa è diverso. La pelle dei volti ha una consistenza che il digitale non restituisce. I neri non sono neri assoluti, ma profondità. E quella luce dorata, quasi ambrata, sembra uscita da un set dei primi anni Settanta.
Non è un caso. È una scelta.
Il celluloide non è nostalgia, è grammatica
Ho passato le ultime settimane a parlare con alcuni direttori della fotografia che lavorano tra Roma, Bologna e il Sud, e la prima cosa che tutti mi hanno detto è la stessa: «Non uso la pellicola perché mi piace il passato». La usano perché la pellicola impone un modo diverso di lavorare.
Il rullo dura undici minuti. Undici minuti di luci spese, di ciak, di concentrazione. Poi si cambia, e ogni cambio è una piccola crisi, un momento in cui tutto l'equipe si ferma e ripensa. Il digitale permette di girare fino a che la batteria regge; la pellicola obbliga a decidere prima. E la decisione, nel cinema, è tutto.
Un direttore della fotografia che ho incontrato vicino a Cinecittà mi ha fatto notare una cosa che mi è rimasta impressa: «Con la pellicola il regista non può guardare il monitor e dire 'poi in post lo sistemo'. Deve fidarsi della luce che sta vedendo adesso. È un patto di fiducia tra chi guarda e chi illumina».
Quel calore che viene dagli anni Settanta
Il riferimento estetico che torna più spesso è il cinema italiano degli anni Settanta: quei film dove il grading caldo, i rossi saturi e i verdi leggermente sporchi raccontavano un'Italia vera, sporca, viva. Non è solo una moda retro. È una reazione al look uniforme che il digitale, con le sue LUT standardizzate, ha imposto in tutto il mondo.
Perché un film girato a Palermo oggi, con una color grading da piattaforma di streaming, sembra identico a uno girato a Vancouver. E la pellicola, con la sua chimica, si fa carico del posto: la luce del Sud brucia diversamente su un'emulsione rispetto a un sensore. La materia fotografica reagisce al territorio.
Cosa cambia per chi guarda
C'è anche una questione più sottile, che riguarda noi spettatori. Il digitale è perfetto, e la perfezione stanca. La grana, invece, è un segnale: ti dice che c'è stato qualcuno, una macchina, una scelta. Ti ricorda che l'immagine è stata fabbricata.
Alcuni giovani registi lo sanno bene e giocano proprio su questo: mischiano formati, girano scene chiave in 16mm, usano il errore come linguaggio. Non è un caso che nei festival italiani e non solo, le opere più discusse siano spesso quelle che rifiutano la trasparenza dell'immagine digitale per abbracciare la materia.
Non è una guerra, è una preferenza
Sarebbe sbagliato leggere tutto questo come una crociata anti-digitale. Il digitale ha democratizzato il cinema italiano, ha permesso a chi non aveva budget di raccontare storie. Ma la pellicola torna perché il cinema, quando funziona, non è mai solo efficienza. È desiderio. E a volte il desiderio ha la grana di un rullo da 35mm e il profumo di quella chimica che sa di set, di attesa, di tempo che non si può riacquistare.
La prossima volta che in sala vedete quella luce ambrata che vi sembra di un altro tempo, sappiate che è esattamente quello che chi l'ha creata voleva dirvi: questo film è stato voluto, non solo registrato.