L'officina dove le cinepresene non muoiono mai
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L'odore di olio e trielene
L'entrata non si vede da fuori. Una porta di ferro in un cortile di Roma Est, un citofono senza targa, e poi una scala che scende verso un rumore familiare a chiunque abbia mai caricato una bobina: il ticchettio di un movimento meccanico che lavora a vuoto, a regime, come un cuore che si fa sentire.
Qui dentro, tra lampade da banco e scatole di ricambi etichettate a mano, Aldo ripara cineprese da cinquant'anni. Ha iniziato come apprendista in una ditta di noleggio che serviva i set dei film di genere, poi è rimasto. Quando l'industria è passata al digitale e migliaia di macchine sono finite nei crediti delle case di produzione, lui ha continuato a tenere in vita quelle che qualcuno, ogni tanto, portava ancora alla porta.
«Dieci anni fa mi chiamavano per vendere», mi dice mentre smonta un otturatore. «Ora mi chiamano per riparare. È cambiato tutto».
Chi porta le macchine oggi
La clientela di Aldo si è rovesciata come un cassetto. Non ci sono più i direttori della fotografia di mezza età con una Arriflex BL in prestito dalla produzione: ci sono ragazzi di venticinque anni che hanno comprato una Éclair su Vinted per trecento euro e si scoprono che il movimento è bloccato, o che il contapiedi segna numeri fantasia.
«Vengono con la macchina in una busta della spesa», racconta ridendo. «Non sanno cosa gli manca, non sanno cosa chiedere. Il primo lavoro è spiegare che una cinepresa non è una reflex: dentro c'è una sincronizzazione tra otturatore e trascinamento che va rispettata».
I prezzi, ovviamente, non sono quelli di una busta della spesa. Un restauro completo — smontaggio, pulizia dei cuscinetti, revisione del trascinamento, taratura del fotogramma, nuove guarnizioni — parte da ottocento euro e può superare i duemila se servono ricambi introvabili. E i ricambi, per le macchine fermate trent'anni fa, si trovano solo in altri corpi smembrati: il mercato dei donatori, lo chiamano. Una cinepresa morta che vive di nuovo nelle sue sorelle.
Perché tornare indietro
La domanda sorge spontanea: perché un giovane regista con un budget da cortometraggio sceglie la fatica dell'analogico, con costi di pellicola e sviluppo che moltiplicano ogni ciak per dieci?
La risposta che ho sentito più spesso, parlando con chi compra, non è nostalgia. È disciplina. Girare in pellicola significa decidere prima, girare meno, guardare meglio. Significa che ogni inquadratura costa — letteralmente — e che quella spesa obbliga a un'attenzione che il digitale, con la sua infinita generosità, non impone più.
C'è anche una questione di estetica, ovviamente: quella grana, quella cadenza delle luci, quel leggero tremolio del fotogramma che i filtri digitali imitano ma non replicano. Ma chi lavora con queste macchine ne parla quasi sempre in termini di metodo, non di look. «La pellicola mi fa girare piano», mi ha detto una giovane dottoressa in regia che sta portando avanti un documentario sul Tevere con una Bolex ritrovata in casa della nonna. «E girare piano, in questa città, è l'unica cosa che ha ancora senso».
L'eredità in officina
Aldo non ha un erede vero e proprio. Ha, però, una fila di ragazzi che passano a trovarlo, che gli portano caffè e domande, e che imparano osservando. Ne ha formato due, in questi anni, uno a Milano e uno a Bologna, dove ora tengono in piedi piccoli servizi di assistenza per il mercato dell'usato analogico.
«Io questa professione l'ho imparata guardando», conclude. «Non c'era un manuale. C'era un vecchio che mi faceva tenere la chiave e mi diceva: senti quando cede. Questo si può ancora fare».
Sul banco, quella sera, c'era una Arriflex 35 con il numero di serie di una produzione romana degli anni Settanta. Il proprietario, un fotografo romano che sta girando il suo primo lungometraggio, la verrà a riprendere la settimana prossima. Nel frattempo Aldo la fa girare a vuoto ogni giorno, dieci minuti, come si fa con un motore che deve restare vivo.
Sento il ticchettio e penso che, in un'epoca in cui tutto viene sostituito, ci siano ancora posti dove si sceglie di riparare. E che forse è lì, in quel ticchettio ostinato, che si nasconde il futuro — per lo meno il futuro che conta raccontare.