Ocra, verde oliva e quell'arancio impudente: perché il cinema italiano oggi guarda al '70
Photo: Matthew Paul Argall from Australia, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un colore che chi ha visto Perché si uccide un magistrato o Amici miei in una sala di provincia non ha mai dimenticato: un ocra caldo, quasi polveroso, che sembrava venire dallo schermo come da un termosifone acceso. Ebbene, quel colore è tornato. Non in un remake, non in un documentario d'archivio: nei film italiani che stanno uscendo adesso, uno dopo l'altro, con una regolarità che non può essere un caso.
Non è pellicola, è scelta
Chiarisco subito la questione tecnica, perché chiunque pensi che sia tutta colpa (o merito) della pellicola si sbaglia. La maggior parte delle produzioni recenti che guardano al Settanta gira in digitale e poi costruisce la propria palette in fase di color grading, con LUT creati su misura. Cioè: qualcuno, in una sala con monitor calibrati, ha deciso di far sembrare il tutto come se fosse girato allora.
Ne ho parlato con tre direttori della fotografia di nuova generazione, tutti attivi tra Roma e Milano, e tutti e tre — senza che io suggerissi nulla — hanno tirato in mezzo gli stessi riferimenti: Vittorio Storaro, i colori caldi dei film politici di Petri, le fotografie leggermente bruciate di Tonino Delli Colli per la commedia. Uno di loro mi ha detto una frase che tengo addosso: «Non stiamo imitando il Settanta, stiamo usando i suoi colori per dire cose che il bianco clinico del digitale non sa dire».
Il confronto tra i frame
Mettere a fianco un fotogramma di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e uno di una produzione recente è quasi imbarazzante per quanto la tavolozza coincida: ocra, verde oliva, arancio, un marrone caldo nei toni medi, niente neri assoluti ma grigi caldi. La differenza vera sta altrove: nel film di Petri quei colori erano il risultato di luci reali, interni romani, mobili anni Cinquanta e Sessanta, tende che filtravano il sole in un certo modo. Oggi quegli stessi colori vengono costruiti, controllati, replicabili.
Ed è qui che nasce il dibattito. C'è chi dice che senza l'imperfezione — la dominante imprevedibile dell'Ektachrome o della Kodak di allora — si ottiene solo la foto del Settanta, non la sua sostanza. C'è chi risponde che il colore non è mai stato un dato di realtà, ma sempre un linguaggio, e che i registi di allora lo usavano esattamente come noi oggi: per dire chi è dalla parte di chi.
Nostalgia o strumento?
La mia posizione, dopo averci girato intorno per settimane, è intermedia ma non tiepida. Certo, c'è nostalgia: l'Italia ha un rapporto complicato con il proprio passato cinematografico, e recuperare i colori di quando il cinema era centrale nella vita pubblica è anche un modo di dire «esistevamo». Ma la nostalgia da sola non spiega la precisione con cui certe scelte cromatiche vengono usate per costruire significato.
Il colore caldo e saturo oggi funziona perché contrasta con l'omogeneità visiva che ci circonda: il grigio-azzurro degli interni da smart working, il bianco freddo degli smartphone. In questo contesto, un'immagine ocra non è un ritorno al passato — è un gesto di resistenza estetica. Dice: qui, in questo film, il mondo ha una temperatura umana.
Il rischio è l'opposto: che diventi la nuova normalità, che tra cinque anni il Settanta sia il nuovo grigio-azzurro, e che qualcuno scriva un articolo come questo per spiegare perché tutti i registi italiani all'improvviso scelgono il verde acido. Nel frattempo, guardiamo i film. E teniamo d'occhio quel colore che continua a tornare.