Silenzio, si gira: le voci che nessuno sente ma che tengono in piedi un film
Photo: Cecimercy Wanza(Ceci), CC0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, ogni mattina di riprese, in cui il set non è ancora un set. Le luci sono spente, il regista non è arrivato, la macchina da presa dorme nel suo case. Eppure quel luogo è già pienissimo: di passi, di sussurri, di tazze di plastica posate su qualsiasi superficie orizzontale disponibile. Ho passato mesi a frequentare questi momenti-limbo, e ne sono uscito convinto di una cosa: il film comincia molto prima del primo ciak.
Il caffè come contratto sociale
Chiedete a qualsiasi assistente di produzione qual è lo strumento più importante sul set. Non risponderanno il carrello, né il monitor. Risponderanno il banco del caffè. È lì che si smorzano i litigi prima che esplodano, lì che un elettricista e una scenografa si scoprono cugini, lì che le comparse — che magari si sono alzate alle quattro del mattino per stare in piedi in una piazza di Viterbo — trovano un po' di calore e una parola.
«Il caffè è l'unica cosa che non si può improvvisare», mi dice Sandra, assistente di set da vent'anni, mentre sistema l'ennesimo bollitore in una tenuta in provincia di Grosseto. «Un attore può recitare male, si rifa la scena. Il caffè freddo no: quello lo ricordi per sempre.» Ride, ma dice la verità. In un settore dove tutto è temporaneo — la location, il giorno, il lavoro stesso — quella dieci minuti di pausa al banco sono l'unica istituzione fissa.
L'Italia che tiene, non l'Italia che recita
Guardiamo sempre gli attori, ed è giusto così. Ma un set italiano è anche fatto di corpi che non finiranno mai sullo schermo, o ci finiranno sfocati, per due secondi, nel fondo di una scena. Il falegname che ha ricostruito una porta del 1600 in tre giorni perché il piano vicino non voleva sentire il trapano. La signora che fa la comparsa in ogni film che si gira nella sua città e che conosce la storia del set meglio di chiunque. I ragazzi dell'attrezzatura che spostano carichi assurdi su pavimenti antichi, con la delicatezza di chi sa che quel palazzo era lì prima di loro e ci sarà dopo.
È l'Italia del lavoro invisibile, quella che non esce nei titoli di coda — o ci esce in un font che nessuno legge. Eppure senza quella materia umana il film semplicemente non esiste. Mi piace pensare che ogni inquadratura sia la punta di un iceberg: sotto la linea dell'acqua, decine di giornate, di competenze tramandate, di micro-negoziati tra persone che si sono conosciute quella mattina.
Fuori campo, dentro la verità
Da fotografo, ho cominciato a girare la macchina verso il set stesso. Le fotografie più vere che ho fatto in vita mia non sono di attori in posa: sono di un truccatore che ride durante una pausa, di un direttore della fotografia che studia il cielo come si studia un preventivo, di una comparsa che dorme seduta su una sdraio tra un take e l'altro, ancora truccata da contadina degli anni '30.
C'è una verità nei volti in attesa che la recita, per quanto bravissima, raramente raggiunge. Perché chi aspetta non sta recitando niente: sta semplicemente vivendo, con la stanchezza addosso, in un luogo che per dodici ore è il centro del mondo e domani tornerà a essere un capannone o una piazza qualsiasi.
Il rumore come paesaggio
Chi lavora sui set sviluppa un udito particolare. Riconosce il rumore del giraffa che sistema il cavo dal tono di una discussione tra il primo assistente e qualcuno che ha parcheggiato male. Sente quando il set è «caldo» e quando invece si è spento, come una stanza vuota dopo una festa. E ha imparato che quel sottofondo continuo — voci basse, passi, il fruscio delle radio — è il paesaggio sonoro vero del cinema italiano.
Forse è questo che vorrei raccontare, in fondo. Non dietro le quinte come curiosità, ma fuori campo come materia prima. Il film che vedremo in sala è la versione selezionata, pulita, incorniciata. Ma il film vero — quello che ricordi — è fatto anche del banco del caffè, della signora che aspetta, del falegname silenzioso. E ogni tanto, guardando una scena qualsiasi, mi capita di sentire quel rumore di fondo. Perché non è mai andato via.