Il cartellino appeso alla sedia: cosa dicono di noi i soprannomi sul set italiano
Photo: Kalai Ramu, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, di solito la seconda o la terza settimana di riprese, in cui il set smette di essere un luogo di lavoro e diventa un piccolo villaggio. Ed è proprio allora che i nomi veri cominciano a sparire. Non c'è nessun comunicato ufficiale, nessuna cerimonia: un giorno qualcuno sbaglia una parola, il giorno dopo la parola è rimasta, e tra un mese resterà appesa lì, come un cartellino su una sedia da regista, per sempre.
Il giorno in cui nasce un soprannome
Ho chiesto a un assistente di regista romano, ventidue anni di servizio tra Cinecittà e location improvvisate in Puglia, qual è il soprannome di cui è più orgoglioso. Ha risposto senza esitare: «Professore». Me lo ha spiegato così: la prima volta sul set, ventiquattrenne, ha corretto la punteggiatura di una clac usata da un attore anziano. L'attore, che aveva doppio il suo, lo ha guardato e ha detto «grazie, Professore». Da lì, ventidue anni di Professore. «Mio padre mi chiama ancora col nome di battesimo», mi ha detto, «ma mia madre sa che quando chiamo a Natale mi hanno chiamato Professore venti volte quella giornata».
È così che funziona: il soprannome sul set non si sceglie, si subisce. E poi, lentamente, si rivendica. La Ragazza del caffè — che oggi dirige la sua seconda fotografia — ha iniziato come stagista e un mattino ha portato il caffè a tutta la troupe durante un blocco di sei ore. Il nome le è rimasto addosso per tre anni, e lei lo ha portato come una spina, finché non ha capito che era anche un passaporto: tutti la conoscevano, tutti le parlavano. Il soprannome che sembra una gabbia, a volte, è una scala.
Una gerarchia in codice
Quello che rende interessanti questi nomi è che funzionano come una mappa invisibile dei rapporti di potere. Sul set italiano, chi ti dà un soprannome ti sta dicendo qualcosa: che sei entrato nel gruppo, che sei stato osservato, che sei stato (per lo più) perdonato. Nessuno soprannomina chi non gli interessa. Il nuovo arrivato, la prima settimana, è «quello là». Quando smette di essere «quello là» e diventa, chissà, «Mezza Bibbia» perché porta occhiali enormi, significa che è stato adottato.
E c'è una gerarchia anche nel tipo di soprannome. I tecnici di vecchia generazione — elettricisti, macchinisti, quei mestieri che si tramandano di padre in figlio nelle stesse famiglie da tre generazioni — hanno soprannomi che sembrano nomi di battesimo campanili: Ginetto, Ninni, il Baffo. Sono nomi che dichiarano anzianità. Poi ci sono i soprannomi funzionali: Pollice Verde è il costruttore che riesce a far rivivere qualsiasi pianta usata in scena, anche quella appassita tra una ciak e l'altro. E infine ci sono i soprannomi ironici, i più pericolosi: chiamare «Veloce» il macchinista più lento d'Italia è una forma di guerra fredda che può durare un'intera produzione.
Quando il soprannome diventa firma
La parte più curiosa è ciò che accade dopo. Alcuni soprannomi attraversano il confine del set e diventano firma professionale. Ho visto un montatore che in giro per il settore è conosciuto con un nome nato da una battuta dieci anni fa, e che firma così le email ai registi con cui lavora da sempre. Il soprannome, alla lunga, è diventato la sua reputazione abbreviata: due parole che racchiudono affidabilità, ironia, un modo di stare al lavoro.
È un pezzo di costume italiano che non si trova nei libri sul cinema, perché appartiene a quella parte del cinema che non si vede sullo schermo: la convivenza forzata di trenta o quaranta persone, dodici ore al giorno, in un campo che spesso è un campo di grano o un cortile di un convento sconsacrato. Le troupe italiane sono villaggi mobili, e i villaggi, come sanno tutti gli antropologi e tutte le nonne, hanno bisogno di nomi per stare insieme.
Il cartellino che resta
C'è anche una malinconia, in tutto questo. I soprannomi nascono nel presente ma finiscono per conservare il passato: chi sente ancora chiamare con il nomignolo datogli vent'anni fa sa che quella parola è una piccola macchina del tempo. Un collega mi raccontava che quando il vecchio direttore della fotografia è morto, alla riunione in sua memoria tutti lo hanno chiamato col soprannome, e quello è stato il momento in cui davvero hanno cominciato a piangere.
Forse è questo il vero servizio che i soprannomi rendono al cinema italiano: tengono insieme ciò che le locandine non mostrano. La prossima volta che vedete i titoli di coda, ricordate che dietro ogni nome scritto in piccolo ce n'è probabilmente un altro, uno che non apparirà mai, appeso a una sedia pieghevole da qualche parte, tra una ciak e il caffè delle sei.