Tre mesi in valigia: appunti di chi tiene in piedi i set mentre l'Italia dorme
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C'è una pagina del mio taccuino, datata 14 ottobre, dove ho scritto solo tre cose: furgone guasto, 40 panini, chiamare il sindaco. Non è poesia, è il riassunto di una giornata di lavoro. E forse è il modo più onesto di spiegare cosa vuol dire essere assistente di produzione in un film italiano indipendente.
La valigia come condizione esistenziale
Ho smesso di disfarla a metà settembre, quando siamo passati da Bologna a Matera. Da lì in poi la valigia è diventata un oggetto semiaperto, sempre pronto a sparire nel bagagliaio. Dentro: tre camicie che servono solo per le cene con i produttori, un adattatore, le borracce, e quel pacchetto di caffè di scorta che hai sempre sognato di usare ma che finisce solo alle tre di notte quando il distributore automatico dell'hotel è vuoto.
Sei città in tre mesi. Matera, Bari, Bologna, Torino, un paese in Val d'Orcia di cui taccio il nome per rispetto, e infine Roma, che sembra sempre l'ultima ma non lo è mai. Ogni volta la stessa coreografia: arrivare la sera, riconoscere la stanza dal soffitto, svegliarsi prima che la città capisca che ci sei.
Le 4:47 del mattino hanno un sapore diverso in ogni regione
Il ciak dell'alba a Matera è diverso dal ciak dell'alba a Bologna. Non per il colore della luce — che anche, gli scavi che si tingono di rosa sono un lusso che nessun colorista in postproduzione saprà mai replicare — ma per il silenzio. A Matera il silenzio è antico, ti sta addosso come una coperta pesante. A Bologna c'è sempre un motorino che ti ricorda che il mondo continua a vivere mentre tu stai mettendo in piedi un finto caffè per la quinta volta.
Le mie note di viaggio sono piene di orari impossibili. Convocazione crew 5:30, alba 6:12, primo ciak 6:47. E poi la riga sotto, scritta a mano tremante: il panificio di via della Pace apre alle 5, salvarci la vita. Quella riga vale più di qualsiasi piano di lavoro.
Laureati che dormono in auto e chiamate a sindaci
Il cinema italiano oggi è fatto anche di questo: uno stagista di ventitré anni che ha una laurea in DAMS e dorme due ore in auto tra una scena e l'altra, perché la stanza d'albergo era una sola e l'ha presa la troupe audio. Nessuno se lo lamenta. Anzi, la mattina dopo quel ragazzo ti porta un cornetto e ti chiede se può vedere il monitor.
Poi c'è la parte burocratica, quella che nessuno immagina. Per girare una strada devi parlare con il vigile urbano, con il parroco, con la signora che parcheggia sempre davanti alla porta e con, sì, a volte il sindaco. Ho imparato che ogni comune italiano ha un funzionario che si chiama uguale — si chiama per favore — e che con una tazzina di caffè al bar della piazza si risolvono problemi che tre email non hanno scalfito.
Lavoro invisibile, visibile solo nei ritardi
Nel titolo di coda il mio ruolo compare per un secondo, in caratteri piccoli, insieme a una quindicina di altri nomi. E va bene così. Il nostro mestiere è misurabile solo in negativo: se sei andato bene, nessuno se n'è accorto. Se sei andato male, lo sa tutta la troupe entro dieci minuti e il produttore entro venti.
C'è un orgoglio strano in questa invisibilità. Quando la regista, al wrap del quarto giorno, dice solo domani tutto tondo — e domani tutto è tondo, nonostante il furgone, nonostante i panini finiti, nonostante il permesso arrivato alle 23:40 — beh, quella frase vale più di un applauso in sala.
Cosa resta, quando si disfa finalmente la valigia
Sono tornato a casa a dicembre. La valigia, disfatta per la prima volta, ha rilasciato oggetti archeologici: un badge del festival di un mese prima, lo scontrino di una benzinaio in provincia di Siena, una ciak usata come segnalibro. E il taccuino, con le sue pagine di orari, panini e numeri di telefono di persone che ora conosco solo per nome e per voce al telefono delle 6 di mattina.
Il cinema italiano che vediamo in sala è fatto di inquadrature, di attori, di storie. Ma sotto c'è questa rete di gente che cambia città ogni tre settimane e tiene tutto insieme con nastro adesivo e caffè. La prossima volta che guardate i titoli di coda fino alla fine — e dovreste — cercate la riga con gli assistenti di produzione. Ognuno di quei nomi ha una valigia semiaperta da qualche parte, e un taccuino pieno di orari impossibili.